Antibatterici e antimicrobici

 

Perché fare un prodotto tessile antibatterico?

Inutile dire che i prodotti tessili sono ottime sedi per l’insediamento e lo sviluppo di batteri, soprattutto in presenza di condizioni ambientali favorevoli quali una discreta umidità, una temperatura sui 37°C e la presenza di fonti di alimentazione. E’ bene che i batteri non prolifichino in modo incontrollato per varie ragioni, per esempio per:
– evitare la formazione di odori sgradevoli
– limitare l’insorgenza e la diffusione di patologie
– favorire l’igiene, soprattutto di bimbi e anziani

In questo articolo seguirete un percorso preciso e abbastanza ricco di informazioni, al termine del quale sarete in grado di:
– valutare opportunità e vantaggi nel realizzazione prodotti tessili antibatterici;
– padroneggiare l’argomento quanto basta per decidere che cosa vi serve e come ottenere quel che vi necessita.

L’articolo si sviluppa come segue.
Troverete dapprima una premessa riguardante il sudore: perché genera cattivi odori e come un antibatterico consente di eliminare o ridurre grandemente questo inconveniente.
Ci addentreremo poi nella PARTE I dell’articolo, in cui troverete descritte tre applicazioni esemplificative di prodotti tessili antibatterici e le ragioni per le quali un trattamento antibatterico è in questi casi un importante valore aggiunto:
1.1 L’abbigliamento sportivo;
1.2 I camici per uso professionale, medico, alimentare;
1.3. L’abbigliamento e i tessili per neonati, bimbi e anziani.
Nella PARTE II dell’articolo entreremo invece nel vivo dell’argomento e cioè definiremo come si fa a scegliere e misurare un trattamento antibatterico.
Questa Parte II si compone di 4 paragrafi così articolati:
2.1 Partire dal prodotto da realizzare;
2.2 Che cosa definire;
2.3 Quali prove prevedere;
2.4 Quale trattamento realizzare.
Se avrete la pazienza di arrivare alla fine, diverrete esperti di antibatterici quanto basta per capire se e quali vostri prodotti potrebbero acquisire un importante valore aggiunto grazie a un opportuno antibatterico.

Spero di aiutarvi in questa impresa, quindi partiamo!


PARTE I – Una premessa che riguarda il sudore

Tutte le persone hanno un sudore privo di odore. Quindi nessuno dovrebbe emanare odori sgradevoli a causa del proprio sudore, ma sappiamo che la situazione è invece ben diversa. Perché?
La ragione non sta nel sudore in sé, ma nella proliferazione batterica che avviene nel sudore, che si trova sull’epidermide e sull’eventuale tessuto presente. Un’ottima posizione per lo sviluppo batterico si colloca per esempio sotto ascella. Qui, i batteri normalmente presenti, magari in modesto numero, si trovano in un microclima ideale: un ambiente umido a causa del sudore; una temperatura ottimale (37°C) per la loro vita, attività riproduttiva compresa; in più, presenza di sostanza nutritiva quanto basta. Questa situazione è l’ideale perché un gran numero di batteri possa vivere bene e riprodursi ogni alcune decine di minuti. Molti batteri muoiono nel contempo, ma il saldo netto fra nati e morti è fortemente positivo, cosicché il loro numero aumenta continuamente in modo geometrico (2-4-8-16-32…). I batteri provocano odore sgradevole sicché questo aumenterà con il loro numero:  impercettibile all’inizio, insopportabile dopo alcune ore. Per completezza, diciamo che l’odore più o meno sgradevole dipende anche dal tipo di batteri prevalenti, oltre che dalla loro quantità.
Come limitare l’inconveniente? Tutti noi ricorriamo a un metodo ben noto: un deodorante. Questo prodotto è sostanzialmente fatto da un batteriostatico più un profumo. Il principio attivo è un batteriostatico solitamente inodore; il profumo è aggiunto in base alla marca, allo solo scopo di caratterizzare il deodorante e renderlo più gradito a noi utilizzatori.
Che vuol dire “batteriostatico”? Significa che il deodorante si limita ad impedire la crescita numerica dei batteri, senza però ridurne il numero.

Nota 1. Differenze fra “batteriostatici” e “battericidi”.
Un batteriostatico fa in modo che il numero di batteri non aumenti.
Un battericida è invece in grado di ridurre il numero di batteri, eventualmente fino a sopprimerli tutti. Per legge, i deodoranti possono essere solo batteriostatici; l’azione battericida è infatti riservata (p.e.) a disinfettanti ed antibiotici.

Nota 2. Perché lavarsi prima del deodorante?
Se il deodorante fosse un battericida, potremmo fare a meno di lavarci prima di impiegarlo. Ma siccome è batteriostatico, dobbiamo applicarlo su una pelle con pochi batteri. Quando ci laviamo, noi riduciamo il numero di batteri presenti sulla pelle, dopo di che – applicando il deodorante – facciamo in modo che il numero di batteri si mantenga basso. Se mettessimo il deodorante senza lavarci prima, il numero di batteri iniziali sarebbe elevato e tale si manterrebbe, compromettendo l’efficacia del deodorante stesso e con il rischio di odori sgradevoli dovuto all’elevato numero di batteri presenti. Quindi fanno bene le mamme a dire ai ragazzini di lavarsi al mattino prima mettere il deodorante. Pessima invece la tendenza di cercare deodoranti “forti” con i quali coprire i cattivi odori…

 

1.1 L’abbigliamento per lo sport

Fare sport comporta un incremento notevolissimo della traspirazione,  con sudorazione talvolta molto rilevante. I capi a contatto con la pelle si intridono di sudore, generando normalmente due effetti sgradevoli.
Il primo è lo sviluppo di cattivi odori. E’ il caso delle T-shirt da running, dei sottotuta da scherma, da motociclismo, dell’abbigliamento per il ciclismo e per molte altre attività e discipline sportive.
Il secondo effetto sgradevole si manifesta dopo l’uso dell’abbigliamento, quando rimane nella sacca nella quale si sviluppano odori sgradevoli. Occorre perciò provvedere alla lavatrice entro breve tempo.
Se vogliamo evitare tanto gli odori sgradevoli durante l’attività sportiva, quanto la necessità di lavare gli indumenti appena rientrati a casa,
una buona idea è certamente ricorrere ad un abbigliamento sportivo trattato antibatterico.
In questo modo si impedisce la crescita batterica sul tessuto: i capi non contribuiranno a generare odori sgradevoli sia durante l’indosso, sia durante la successiva permanenza nella sacca o nel cesto della biancheria sporca.


1.2 I camici per uso professionale, medico, alimentare

Altro caso di interesse circa le performances antibatteriche è dato da camici, abbigliamento da lavoro e, in alcuni casi, abbigliamento intimo destinato a determinate categorie professionali.
Fra queste:
– camici e abbigliamento intimo per medici, infermieri, dentisti, assistenti, operatori sanitari;
– abbigliamento da lavoro di personale di farmacie, cosmetica, laboratori
– abbigliamento di personale a contatto con alimenti

I camici dei medici ospedalieri vengono lavati e sterilizzati usualmente una volta alla settimana, ma le visite ai pazienti, la frequentazione delle corsie, di corridoi, studi medici ed ambienti comuni comporta una notevole contaminazione da parte di batteri. Questo fatto può essere responsabile di infezioni nosocomiali anche gravi. Queste ragioni danno evidenza dell’utilità, su camici ed abbigliamento del personale sanitario, di un trattamento antibatterico opportuno (p.e. ve ne sono di idonei fra quelli perfezionati in Sandroni, resistenti a molti lavaggi: vedi sito). Alcuni di essi possono può ridurre enormemente il rischio di contaminazioni batteriche, sia dovute a germi gram-positivi, che gram-negativi.
Analoga problematica si pone per il personale professionalmente a contatto con farmaci, prove di laboratorio, alimenti, preparazioni alimentari, presso farmacie, laboratori, banchi di vendita di carni, formaggi e cibi sfusi in genere.


1.3 Abbigliamento e tessili per neonati, bimbi e anziani

E’ certamente una buona idea poter garantire l’asetticità di prodotti tessili destinati alla prima infanzia, sia per garantire la non presenza di germi patogeni su tessuti a contatto con il bimbo, sia per garantire l’igiene potenzialmente compromessa da saliva, residui alimentari e liquidi organici.
Anche gli anziani possono trarre giovamento da prodotti tessili antibatterici. Si pensi all’abbigliamento intimo e soprattutto a quello da letto: se trattati con proprietà antibatteriche possono prevenire l’insorgenza di infezioni e patologie, in particolare per persona allettate, oppure con handicap che comportano ridotta o nulla capacità di autonomia o di movimento.


PARTE II – Scegliere e provare il trattamento antibatterico

2.1 Partire dal prodotto da realizzare
Esiste oggi una grande quantità di trattamenti che conferiscono capacità antimicrobiche o antibatteriche ai prodotti tessili. Come è facile intuire, a trattamenti diversi corrispondono costi differenti e naturalmente proprietà e caratteristiche che possono essere completamente differenti.
La scelta del trattamento, purtroppo, è tutt’altro che facile.
Per ridurre il rischio di errori, cioè di fare un trattamento inadeguato, occorre valutare una serie di informazioni, padroneggiare un poco l’argomento e rivolgersi a partner competenti e fidati per l’esecuzione.
Iniziamo presentando due aspetti basilari:
1. un trattamento antibatterico solitamente può essere eseguito su qualunque tessuto o manufatto tessile, anche confezionato, impiegano tecnologie opportune, ma con risultati alquanto differenti;
2. il trattamento “migliore in assoluto” non esiste (almeno, fino ad oggi…).

Chiarito ciò, dovete partire dal prodotto tessile su cui volete impartire effetto antibatterico definendo le seguenti informazioni:

a) tipo di prodotto e dimensioni dei lotti da trattare;
b) composizione fibrosa;
c) destinazione d’uso e target di mercato;
d) se esiste una norma di riferimento precisa e/o un parametro di riferimento che dovete soddisfare in termini di capacità antibatterica;
e) in alternativa al punto precedente: prestazioni attese;
f) manutenzione prevista e durata
g) Paese in cui prevedete di vendere il prodotto (soprattutto se extra-UE) 

Un suggerimento che vi prego di tenere ben presente: non avventuratevi nel campo degli antibatterici, antimicotici, antimuffa se non avete idee sufficientemente chiare circa le informazioni di cui sopra. Magari non avete proprio tutte le informazioni e quindi potete cominciare a prendere contatto con chi dovrà effettuare il trattamento, ma ricordatevi che – prima di definire tipo di trattamento e quindi il relativo prezzo – dovrete definire tutti i punti di cui sopra. Diversamente, rischiereste di trovarvi con un prodotto tecnicamente inadatto all’impiego per il quale vorreste venderlo,  con rischi di contestazioni e, nella peggiore delle ipotesi, potreste essere coinvolti in responsabilità non lievi previste a carico del produttore.


2.2 Che cosa definire

Quando le idee di cui sopra sono chiare, dovrete affrontare due nuovi aspetti, e precisamente:
– definire le prove da effettuare sul prodotto tessile antibatterico;
– definire il trattamento da eseguire.

Potreste trovare curioso che vi chieda di definire prima le prove, poi il trattamento. Non è un errore. Passatemi il paragone un po’ tirato… è come definire prima la laurea da prendere e poi stabilire il piano di studi: è normale!   Il trattamento si determina sapendo quali prove dovrà superare il tessuto trattato. Se l’azienda alla quale vi rivolgerete per il trattamento è competente in materia, non sarà difficile avere assistenza per essere aiutati per passare rapidamente “all’azione”.
Qualche volta troverete aziende competenti, altre volte un po’ meno, quindi – se avete voglia di seguirmi ancora – crederei opportuno fornirvi qualche suggerimento in merito alle prove da effettuare per accertare che il trattamento funzioni e, soprattutto, conferisca al vostro prodotto tessile le performances (qualità e durata) che voi desiderate.


2.3 Quali prove prevedere

Per accertare la capacità antibatterica o antimicrobica di un prodotto tessile si usano prove di tipo microbiologico svolte in laboratori opportunamente attrezzati. Esistono diversi tipi di prove che si svolgono con metodiche differenti, ma tutte hanno sostanzialmente l’obiettivo di valutare se e quanto i batteri crescano sul tessuto in esame.
Le prove antimicrobiche sono riferite ad uno o più ceppi batterici: la tabella riporta quelli più comunemente utilizzati.
Solitamente le prove che si eseguono sono due: la prima con un ceppo batterico gram-positivo, l’altra con un batterio gram-negativo.

Come gram-positivo viene spesso utilizzato lo Staphylococcus aureus, mentre come gram-negativo si impiega spesso l’Escheria coli oppure la Klebsiella.
La capacità antibatterica ottenibile è solitamente un poco migliore per i ceppi gram-positivi, mentre si ottengono valori un poco inferiori per i ceppi gram-negativi.
Definiti i batteri da impiegare, occorre scegliere il metodo di prova. Ne abbiamo un certo numero fra cui scegliere, come si vede nella tabella sottostante.

La norma ISO 20743 è molto valida e molto diffusa in UE. Assomiglia alla norma USA AATCC100. Entrambe sono importanti perché danno informazioni sulla capacità antibatterica, cioè su quanto il prodotto tessile è antibatterico. La norma ISO 20645, invece, dice solo se il tessuto è, o non è, antibatterico, ma non quanto sia antibatterico. E’ quindi evidente che la 20743 (o la AATCC100) dice qualcosa in più molto importante, perché quanto il tessile è antibatterico è di solito quel che fa la differenza (p.e. con i vostri concorrenti).
In altro articolo fornirò una spiegazione che vi consenta di interpretare i numeri che fornisce la norma ISO 20743. La spiegazione non è breve, né semplicissima: qui appesantirebbe troppo il discorso.


2.4 Quale trattamento eseguire

E finalmente siamo giunti alla parte più attesa: il trattamento da eseguire. Perché lo affrontiamo per ultimo? Semplice: perché dipende da tutti gli elementi di cui abbiamo parlato sino a questo punto. Se essi sono chiari, allora chi deve eseguire il trattamento – supponendolo soggetto competente – sarà in grado di definire rapidamente tecnologia, principio attivo e dosaggi da impiegare.

Una trattazione completa di questi elementi esula dallo scopo di questo articolo, perché riguarda aspetti tecnico-scientifici approfonditi che sono di competenza di coloro che sono chiamati ad effettuare i trattamenti.
Mi limiterò a segnalare sinteticamente quanto segue:
– esistono molti principi antibatterici diversi, aventi costi e caratteristiche molto differenti;
– la materia è molto “fluida”, perché l’UE (e molti altri Paesi fuori dall’UE) la stanno regolamentando in modo sempre più stringente: alcuni principi antimicrobici subiscono restrizioni, altri diventano non più eseguibili;
– potete non sapere quale sia il principio attivo impiegato, ma dovete accertarvi che chi esegue il trattamento si assuma la responsabilità circa l’impiego di quel principio attivo, vigilando altresì sulle norme e restrizioni via via emanate.

Sostanze molto efficaci, largamente usate in passato, come il triclosano, hanno subito restrizioni di impiego da parte dell’Unione Europea; stessa sorte sarà subita da alcuni composti dell’argento: elemento antibatterico molto in voga.
La raccomandazione che mi sento di esporre è di valutare attentamente le competenze dell’azienda alla quale vi affidate per il trattamento.  Scegliete un partner competente, affidabile, possibilmente certificato ISO9000, così da contare su una assistenza e su un supporto tecnico adeguati. Ciò vi consentirà di contenere i tempi di studio e realizzazione del trattamento, ottenendo alla fine un prodotto tessile di valore, adeguatamente testato e documentato.
La Sandroni è a vostra disposizione per ogni necessità in proposito.


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